· 

Quando il criticone sei tu

 

Soffrire quando ci si sente criticati è uno dei temi su cui ruotano molte delle storie che ascolto durante il mio lavoro. Gestire un giudizio che lascia il segno, non è cosa sempre facile: spesso, le critiche degli altri non sono solo difficili da digerire, ma scatenano in chi le riceve grandi dubbi su di sé e sul proprio valore. 

A volte, osservo un fenomeno che può sembrare contraddittorio, ma non lo è affatto; quando cioè chi fatica a digerire le critiche altrui, è la stessa persona che tende a giudicare molto gli altri. È diffusa la convinzione che i criticoni rimarranno impassibili dinanzi ai giudizi altrui; e allo stesso modo, chi soffre per le critiche ricevute sarà solito avere una attenzione speciale nei riguardi altrui e si asterrà dal criticare a sua volta. In realtà, è molto più probabile che chi ha respirato un clima svalutante e giudicante nella sua vita, magari sin da piccolo, abbia fatto suo il modello comunicativo e relazionale con cui è stato trattato, e che, quindi, tenda a utilizzarlo in tutte le sue relazioni: per cominciare, quella con sé stesso, criticandosi e subendo le critiche altrui, e poi anche quelle con gli altri, criticandoli a loro volta. 

Il più delle volte, una sola critica ha il potere di attivarne a catena tante altre, mantenendo il clima comunicativo costantemente teso e carico di giudizio. 

Questo post nasce dal desiderio di mostrare cosa succede in questo tipo di comunicazioni, per offrire a te che sai di essere un criticone, o che vieni accusato di esserlo, una prospettiva più ampia, che ti permetta di accorgerti come probabilmente contribuisci a coltivare l’atmosfera giudicante che si respira nelle tue relazioni: perché se vuoi cambiare le cose, rendersi conto di questo è il primo passo per farlo. 

Se ti dai il tempo di fermarti ad osservare quel che (ti) capita, potrai accorgerti che, generalmente, le tue note critiche possono suscitare due tipi di reazioni in chi le riceve. 

  • Una è il ritiro: l’altra persona, sentendosi giudicata dal tono delle tue parole o da quel che dici, si difende tirandosi fuori dalla vostra conversazione o chiudendosi in sé stessa e ritirandosi dalla vostra relazione. Dunque, fugge dal confronto non appena lo percepisce giudicante o lo evita, perché sa che altrimenti si sentirà criticato. Chiude velocemente la vostra telefonata, proprio dopo che tu gli hai detto cosa dovrebbe o avrebbe dovuto fare. Mette dei confini nel vostro rapporto, rendendosi meno disponibile e aperto di prima. Prende fisicamente le distanze: smette di cercarti, non ti risponde quando sei tu a chiamare, chiude la vostra relazione. Oppure può succedere che rimanga, ma è come se non ci fosse. Rimane in silenzio quando gli dici che continua a sbagliare, non ti racconta più come si sente e cosa gli piace e non, si isola, si tiene emotivamente distante, seppur fisicamente lì, presente. 
  • L’altra è l’attacco: si verifica quando chi si sente ferito dai tuoi giudizi, si difende colpendoti. Controbatte alle tue critiche, spostando l’attenzione da lui a te e criticandoti a sua volta. 

In entrambi i casi, l’emozione che domina è la rabbia, che però viene usata diversamente nelle due situazioni: quando ci si ritira, si tende a rivolgerla verso l’interno, facendo propri i giudizi ricevuti e dandosi addosso (“se il mio partner crede che io non sia all'altezza di questa cosa, allora sarà davvero così…non valgo niente”); quando si attacca, viene rivolta verso l’esterno, sull'altro con cui ci si relaziona (“il mio partner è un cretino, perché non si concentra su cosa non sa fare lui?!”).

In ogni caso, una critica genererà altra critica - contro di sé o verso l’altro – contribuendo ad alimentare uno stile comunicativo e relazionale tutt'altro che appagante, non trovi?

Se quel che racconto ti suona familiare, se sei molto critico con gli altri e questo aspetto di te non ti piace, ci sono (almeno) due cose che puoi fare per iniziare a cambiare il registro delle tue comunicazioni.

  • La prima è ascoltarti: le tue critiche sono costruttive o distruttive? Il tono con cui le accompagni è caldo e pacato, o duro e rabbioso? 
  • E la seconda è guardare chi hai davanti e osservare la sua reazione: si ritira, fuggendo o estraniandosi? Risponde attaccando rabbiosamente? 

Che ne dici: ti sembra un passo fattibile? Se vuoi farmi conoscere le tue riflessioni, scrivimi qui sotto: sarò felice di leggerti!

CONDIVIDI


 

Sono Liria Valenti, psicologa e psicoterapeuta.

 

Mi piace accompagnare le persone in percorsi di cambiamento,

aiutandole a sentirsi padrone della loro vita e a fare scelte consapevoli e felici. Del mio lavoro amo: ascoltare, (ri)costruire, emozionarmi.




Scrivi commento

Commenti: 0