IL MIO BLOG: spunti e riflessioni su infiniti modi di stare bene (con te e con gli altri)


 

Il mio blog è come un piccolo e confortevole salotto in cui puoi metterti comodo e prendere quello che ti è più utile.

 

Ogni settimana ci trovi le mie riflessioni e i miei consigli su come stare meglio con te stesso e con gli altri. A volte ti racconto alcuni preziosi pezzi del mio lavoro e di come mi piace farlo. Puoi girovagare tra le mie rubriche a tema e leggere ciò che ti interessa di più; e poi, se lo desideri, puoi anche continuare la conversazione con me lasciando un commento ai miei post.

 

Accomodati, dunque, e buona lettura!

 


Comunicare la rabbia senza esplodere

 

Come tutte le emozioni spiacevoli e scomode che sperimentiamo, anche la rabbia ha lo scopo di segnalarci cosa non va, dandoci così la possibilità di scegliere se e come accogliere e usare quella informazione. Nel mio lavoro, le storie che ascolto mi suggeriscono che questa emozione è tra le più difficili da gestire, e per questo anche tra le più ignorate. Spesso, l’evitamento della rabbia e la sua conseguente repressione, nascondono la convinzione che esprimerla equivalga ad esplodere, travolgendo e distruggendo tutto. 

Ti ho già raccontato i rischi che corri quando invece di dare spazio alla rabbia che provi, la trattieni lasciandola inespressa (e rivolgendola contro di te). Oggi, invece, voglio offrirti qualche spunto che spero ti torni utile, se il tuo desiderio è cambiare atteggiamento nei confronti di questa emozione tanto scomoda, scegliendo come e quando esprimerla. Senza esplodere.  

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Quando il criticone sei tu

 

Soffrire quando ci si sente criticati è uno dei temi su cui ruotano molte delle storie che ascolto durante il mio lavoro. Gestire un giudizio che lascia il segno, non è cosa sempre facile: spesso, le critiche degli altri non sono solo difficili da digerire, ma scatenano in chi le riceve grandi dubbi su di sé e sul proprio valore. 

A volte, osservo un fenomeno che può sembrare contraddittorio, ma non lo è affatto; quando cioè chi fatica a digerire le critiche altrui, è la stessa persona che tende a giudicare molto gli altri. È diffusa la convinzione che i criticoni rimarranno impassibili dinanzi ai giudizi altrui; e allo stesso modo, chi soffre per le critiche ricevute sarà solito avere una attenzione speciale nei riguardi altrui e si asterrà dal criticare a sua volta. In realtà, è molto più probabile che chi ha respirato un clima svalutante e giudicante nella sua vita, magari sin da piccolo, abbia fatto suo il modello comunicativo e relazionale con cui è stato trattato, e che, quindi, tenda a utilizzarlo in tutte le sue relazioni: per cominciare, quella con sé stesso, criticandosi e subendo le critiche altrui, e poi anche quelle con gli altri, criticandoli a loro volta. 

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Il bello di non poter controllare (tutto)

 

Molte delle persone che richiedono il mio aiuto, arrivano da me per abbassare il livello di ansia o angoscia che sperimentano in quello specifico periodo o in una determinata situazione. Non sanno come gestirla, e nella maggior parte dei casi, non sanno neanche a cosa sia dovuta. Iniziando a lavorare insieme in un percorso di psicoterapia, scopriamo che l’ansia e l’angoscia sono solo dei sintomi, dei modi attraverso cui la mente e il corpo segnalano che qualcosa si è rotto e va riparato, e non il vero problema - quello, cioè, di cui ci occupiamo durante il lavoro insieme. Perché una volta risolto quel problema (e riparato il guasto) l’ansia e l’angoscia non avranno motivo di esistere. 

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Quando una storia d'amore finisce: affrontare il vuoto lasciato dall'altro

 

La fine di una storia d’amore lascia un vuoto che a volte sembra impossibile da colmare. Specialmente quando avviene per scelta dell’altro, separarsi dal proprio partner significa ritrovarsi ad affrontare la perdita non soltanto della persona amata, ma anche di un intero contesto, molto più ampio: un ruolo sociale da sostituire (con quello di single), una quotidianità che si modifica all'improvviso, la visione del futuro, che si svuota di quel progetto a due. 

Il dolore della separazione può essere tanto grande da percepirlo insopportabile. Ci si sente letteralmente schiacciati da esso, perduti, svuotati, senza speranze. Si fanno i conti con emozioni scomode e dolorose: il senso di abbandono, la solitudine che ne deriva, la delusione, la tristezza, la paura. Può essere difficile farsene una ragione, anche nei casi in cui si riconosce razionalmente che quella relazione era tossica, non funzionava, o non aveva futuro. 

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Cosa non dire (mai) a chi sta passando un momento difficile (se vuoi essere di aiuto)

 

Penso a chi avverte una forte ansia ogni volta che deve mettere piede a lavoro, o al pensiero che possa arrivare all'improvviso un nuovo attacco di panico, o tutti i giorni, per tutto il giorno, apparentemente senza un motivo. Penso a chi si ritrova ad affrontare la perdita di qualcuno a cui era legato o esce da una storia d’amore finita male, sentendosi triste, solo, a volte anche disperato. Penso a chi si sente un fallito, a chi si è perso, a chi si sente bloccato e impaurito, a chi non sa più che direzione dare alla propria vita, a chiunque, per qualche motivo, stia attraversando un periodo difficile. 

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Gestire le critiche: accoglierle o farsele scivolare addosso?

 

Ricevo spesso messaggi e email da chi fa fatica a digerire le critiche che riceve dagli altri, al lavoro, a scuola, a casa, nella propria relazione di coppia; percepisce insopportabile il loro peso, perché quando si sente giudicato inizia a sua volta a darsi addosso e a (ri)mettere in discussione ogni cosa, buttandosi giù, credendosi incapace, sentendosi fuori posto, senza valore, tutto sbagliato. La richiesta che ricevo di solito, suona più o meno così: come si fa, invece, a rimanerne indifferente, lasciandosi scivolare addosso le critiche degli altri, così da non soffrirne più? 

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Quando la paura di disturbare ti blocca

 

Quando hai paura di disturbare gli altri, sei attento e ti comporti con cautela nei loro confronti: il loro benessere è importante per te, e così mantieni un atteggiamento delicato e gentile, sei discreto e non invadente, sensibile a ciò che li infastidisce e a quel che invece fa loro piacere. Tuttavia, quando il timore di disturbare è eccessivo e costante, al punto da bloccarti dal dire o fare qualcosa, quello che sembrerebbe un atto di gentilezza verso gli altri può diventare una difficoltà di cui prendersi cura.  

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3 motivi per cui non dovresti andare dallo psicologo

 

Nonostante io sia convinta che l’aiuto di uno psicologo possa rivelarsi uno dei migliori investimenti sulla propria salute, che chi si trova in difficoltà e non sa come uscirne possa fare, credo anche che esistano diverse circostanze in cui non sia affatto una buona idea.

Prendo spunto da una domanda che ricevo spesso - secondo te, dovrei andare in terapia? -, alla quale generalmente rispondo: dipende, per raccontarti 3 motivi per cui non dovresti chiedere aiuto a me o a qualche mio collega là fuori, per risolvere i tuoi problemi – e anche qualche spunto di riflessione che forse può tornarti utile, se ci stai pensando.  

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Fidarsi di nuovo dopo una delusione: come e perché

 

Diciamocelo chiaramente: le relazioni non sono cosa facile, anche se vorremmo lo fossero. Quando poi, all'interno di una relazione a cui tieni, in cui ti sei messo comodo e ti senti al sicuro, rimani deluso dalle parole e dai comportamenti dell’altra persona, o dalle incoerenze che noti tra le prime e i secondi; tornare a fidarti e affidarti può rivelarsi una impresa impossibile. Molte persone tendono a generalizzare le esperienze spiacevoli: in sostanza, registrano l’informazione che se si sono sentite tradite e deluse in una specifica e unica relazione, allora potrebbero sperimentare la stessa esperienza anche in altre, probabilmente in tutte. Succede anche a te?

La conseguenza di una delusione è la paura che succeda di nuovo e che tu possa sentirti ancora ferito. Ecco perché preferisci ritirarti ed essere diffidente nei confronti degli altri: per proteggerti da eventuali future delusioni - anche se questo non corrisponde esattamente a quel che desideri.

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Sopravvivere al peso dei bilanci (e dei nuovi propositi)

 

Quando si arriva nei pressi di una fine, fare un bilancio di ciò che è successo fino a quel momento, il più delle volte è una azione che avviamo in modo del tutto naturale. Che sia stato un evento, una relazione, un lavoro, un periodo significativo della nostra vita, ci confrontiamo con un percorso che è iniziato ed è arrivato al suo termine. La fine dell’anno è uno di questi momenti, in cui si asseconda la spinta a mettere insieme i ricordi, le esperienze, le persone e a valutare quel che è stato

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4 cose da lasciar andare prima del nuovo anno

 

Quante volte, durante questo anno, avresti voluto prendere una direzione, fare quella scelta, cambiare qualche aspetto della tua vita, eppure ti sentivi incastrato nell'idea che non fosse possibile? Perché ormai era tardi, qualcun altro avrebbe sofferto, meglio il certo per l’incerto? 

Alla fine, quel che avresti voluto è rimasto (solo) un desiderio irrealizzato, e per questo ti sei sentito spesso appesantito, frustrato, insoddisfatto, tormentato da un malinconico e amareggiante “sarebbe bello se…”

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Come sopravvivere alle feste natalizie (in famiglia)

 

Il Natale è sempre più vicino, e se per alcuni queste feste rappresentano uno dei momenti più belli e attesi dell’anno, perché sono una occasione per trascorrere più tempo in famiglia e riabbracciare i propri cari lontani; per altri, invece, il solo pensiero del periodo natalizio insieme ai propri familiari, genera preoccupazione, stress, angoscia. Le feste diventano una tappa obbligata che si affronta con fatica e dalla quale si esce sfiniti e abbattuti, e sollevati solo quando si è rientrati nella serrata routine quotidiana (addio pause rigeneranti!). 

Il motivo principale di questo disagio sperimentato da molti è legato a faticose e stressanti dinamiche familiari, da cui è più facile prendere le distanze se lontani da casa, ma anche essere nuovamente e velocemente assorbiti da esse una volta rientrati in famiglia.  

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Perché gli psicologi non danno consigli (e non scelgono per te)

 

Ricevo spesso email e messaggi da parte di persone che mi chiedono un consiglio. Molte di loro si trovano confuse dinanzi a un bivio e non sanno che scelta fare; alcune sanno qual è la decisione migliore da prendere ma non riescono a renderla concreta; altre persone, invece, mi scrivono perché si sentono insoddisfatte e chiedono a me la ricetta (segreta) della felicità. 

Io rispondo sempre a tutti. Dubito, però, che le mie risposte regalino il sollievo che chi mi scrive cerca nelle mie parole. Perché le mie risposte non contengono consigli, né ricette pronte, veloci e facili da usare, né indicazioni sulla strada migliore da intraprendere. Oggi voglio spiegarti perché. 

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Come può esserti utile la tua rabbia (e perché non dovresti reprimerla)

 

Questo post è per te se non vai granché d’accordo con la rabbia. Se tendi a reprimerla, invece di esprimerla. Se ti spaventi al solo pensiero di poterla mostrare, e così la tieni tutta dentro. E anche se sei convinto di non arrabbiarti mai. 

In realtà, la rabbia, come tutte le altre emozioni del resto, è utile, nel senso che ha una funzione: in pratica, ha lo scopo di segnalarti ciò che non va, così tu puoi decidere cosa fare per aggiustarlo. Pertanto, non sentirla o sentirla ma far di tutto per respingerla, può essere un problema; non soltanto perché possiedi uno strumento utile che invece non utilizzi, ma anche perché reprimerla equivale ad accumularla (fino a quando?) e rischiare di rivolgerla verso l’obiettivo sbagliato (generalmente te stesso).

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Paura di non essere all'altezza: accettarla senza lasciarsene sopraffare

 

La sensazione di non essere all'altezza è una paura che ti accompagna da tempo, a prescindere dalle persone che incontri, e si presenta puntuale soprattutto nelle occasioni nuove e per te importanti: quando esci per la prima volta con qualcuno, quando devi sostenere un esame, quando prendi un nuovo lavoro. In pratica, quando devi confrontarti con qualcosa che ancora non conosci e con cui non ti sei mai misurato.

E a quel punto cosa fai? Inizi mettendo in dubbio che puoi farcela e finisci credendo che no, tanto non puoi.

Ricordati che quello che pensi di te ha un impatto sul tuo comportamento e quindi anche sulle tue scelte. Ecco perché, in preda a questa paura, ti ritrovi (quasi) sempre a seguire una di queste due strade: o eviti le situazioni delle quali non ti senti all'altezza, o provi ad affrontarle, ma continuando a credere di non esserlo. 

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Se per te non è mai abbastanza

 

Il mese scorso, ho raccontato di una dinamica relazionale che incontro spesso nelle storie dei miei pazienti – quando questi fanno di tutto per soddisfare qualcuno a cui tengono e poi, invece, si ritrovano a sguazzare nell'inadeguatezza e nel senso di fallimento. Il motivo? Perché per quel qualcuno, niente è mai abbastanza. 

Se quel post offre degli spunti di riflessione proprio a chi ha una relazione importante con uno di quelli che (ho soprannominato) non-è-mai-abbastanza e si sente spesso inadeguato, frustrato e non abbastanza all'altezza in seguito alle interazioni con loro; voglio dedicare quello di oggi, invece, a chi si trova dall'altra parte e si riconosce nella descrizione di colei o colui che difficilmente si sente e si mostra contento e soddisfatto di qualcosa, perché non lo reputa abbastanza bello, interessante, buono, originale, appassionante, intelligente, e via dicendo. 

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Cambiamenti, che ansia!

 

Disse colei, o colui, che faticava a mettere la testa fuori dalla sua comfort zone. Ossia quello spazio – inteso come condizione mentale - conosciuto, comodo e rassicurante, in cui tutto è esattamente dove ti aspetti che sia e le novità (con rischi e paure annesse) sono tagliate fuori. Non è un caso, infatti che per molte persone, i cambiamenti siano fonte di ansia perché vissuti come una minaccia di quel livello di benessere percepito che, appunto, la comfort zone regala. 

In sostanza, rimanere fermo nel tuo spazio sicuro ti consente di metterti al riparo dal senso di fallimento che, invece – chissà - potresti vivere confrontandoti con esperienze, persone, realtà ancora sconosciute. Ma tutto questo ha un costo, perché la comfort zone può diventare una vera e propria prigione che ti impedisce sia di imparare cose nuove e metterti alla prova, e quindi anche di crescere, superare i tuoi limiti, nutrirti di nuove esperienze, far entrare nella tua vita nuove emozioni, relazioni, conoscenze, competenze; sia di tirarti fuori da situazioni infelici e dolorose, che fai fatica a lasciar andare perché familiari e in qualche modo, per questo, prevedibili e rassicuranti.

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Il mito delle psicoterapie infinite (e quanto dura, in realtà, una terapia!)

 

Una delle perplessità che incontro spesso quando si parla di intraprendere una psicoterapia, è la durata: lunga, troppo. Perplessità che spesso coincide con la scelta di non iniziarla affatto - per paura di doverla poi fare a vita - e di continuare a tenersi il problema (e l’infelicità che ne deriva), rinforzando l'idea che è necessario farcela (o non farcela) da soli. 

La verità è che un percorso di psicoterapia non dura a vita, ma solo finché serve. E oggi voglio approfondire l’argomento in questo post, a partire da alcune domande che ho ricevuto via mail e che mi è capitato mi facessero anche in studio persone che poi hanno deciso di iniziare un percorso di psicoterapia insieme a me

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Il bello di essere (troppo) sensibili

 

Mentre lavoro mi capita spesso di notare come le persone che raccontano il loro modo di essere, descrivano una loro risorsa come un limite. A volte, quel limite è vissuto come un vero e proprio problema, e in alcuni casi è talmente difficile conviverci da trasformarsi nel motivo che li spinge a rivolgersi a me e richiedere il mio aiuto a superarlo. 

Essere troppo sensibili è uno di questi casi. La sensibilità, percepita come eccessiva, viene vissuta come una sorta di prigione, che impedisce ai sensibili di mostrarsi onestamente agli altri e di agire liberi dal timore del giudizio esterno. 

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Le relazioni con Quelli che non-è-mai-abbastanza

 

Prendi quelle persone che hanno sempre qualcosa da obiettare, anche quando fila tutto liscio. Difficile accontentarle, la loro risposta a qualunque proposta generalmente è: sì, ma... Quando ci sono loro, la critica è dietro l’angolo. Insolito che si lascino andare a un complimento. Perché per queste persone, qualsiasi cosa – che sia un risultato, una idea, uno spettacolo, un vestito, una persona, un piatto di pasta – non è mai abbastanza: bello, buono, originale, coinvolgente, attraente, e così via, verosimilmente all'infinito. In pratica, impossibile soddisfarli.

Potremmo definirli quelli che non-è-mai-abbastanza; quando ti imbatti in uno di loro ti ritrovi poi con una spiacevolissima sensazione di inadeguatezza, come se avessi fallito e se il tuo errore fosse irrimediabile. In sostanza, sei tu a non sentirti abbastanza bravo, ad esempio, o attraente. O capace, o interessante. Insomma, abbastanza all'altezza di quel che desideri essere. 

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Come il valore che ti dai si riflette sulle tue relazioni

 

La scorsa settimana ti raccontavo della cosiddetta profezia che si autoavvera e di come i suoi risultati possano essere visibili – ahimè - anche nelle tue relazioni. Ossia di come le tue convinzioni limitanti e negative su come funzionano i tuoi legami, su quel che possono darti o non ti daranno mai, o su come finiranno (o non inizieranno affatto), possano portare esattamente agli esiti più o meno catastrofici che ti aspetti; in sostanza, condizionando il modo in cui sei solito gestire i tuoi rapporti con gli altri.

Ma le tue convinzioni sul futuro delle tue relazioni non sono le uniche a influire sul loro decorso. Per questo motivo, oggi voglio offrirti qualche spunto per riflettere sul valore che ti dai, perché so per esperienza, e non solo in teoria, che da questo dipendono moltissimi aspetti della tua vita, che probabilmente sottovaluti - uno tra tutti? Le relazioni in cui scegli di stare o non stare, per l’appunto. 

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Quando è il futuro (e non il passato) a influenzare il tuo presente

 

Se sei convinto che tutte le spiacevoli esperienze che ti capitano nei tuoi oggi, siano colpa del tuo passato e del destino a cui sei stato condannato e che subisci tuo malgrado, questo post è per te. 

Lo scrivo per raccontarti di quella che viene chiamata profezia che si autoavvera e offrirti una chiave di lettura diversa - spero più utile - delle esperienze che vivi. 

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La fatica (e la bellezza) di cambiare

 

Il rientro dalle ferie alla vita di tutti i giorni spesso coincide con un grande desiderio di portare piccoli o grandi cambiamenti nel proprio modo di vivere. Sarà per via delle consapevolezze che hai messo a fuoco mentre eri fuori dalla tua routine, o delle nuove esperienze assaporate da poco - che nel contesto vacanziero è più semplice concedersi, settembre può essere quel mese in cui una mattina ti svegli per andare al lavoro e ti dici che ora basta!, è arrivato il momento di cambiare.  

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Relazioni salvagente e storie di infelicità

 

L’espressione 'relazione salvagente' è nata durante una seduta in studio, mentre con una mia paziente riflettevamo su come la relazione sentimentale che stava portando avanti, trascinandosela anche un bel po’, fosse una sorta di salvagente che le permetteva di restare a galla. Lei aveva iniziato un percorso di cambiamento con me perché non riusciva a chiudere un rapporto già finito da tempo – e poi c’era riuscita, ma ora rieccola: il compagno era diverso e anche la relazione, eppure lei continuava a sentirsi nello stesso modo. Infelice. Consapevole di non volere più quella storia, eppure bloccata al suo interno

Una cosa però era cambiata: la sua percezione del problema. Perché era diversa la prospettiva da cui osservava sé stessa e la sua situazione. Se prima credeva che la sua infelicità dipendesse dal fatto che non ne poteva più di essere legata a un uomo e si sentiva soffocata dalla loro storia, ora era finalmente pronta per prendere consapevolezza del fatto che, in realtà, era lei non riusciva a stare senza un uomo e la loro relazione.  

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Impara a ricevere (quello che non osi concederti)

 

Quante volte ti sei sentito in imbarazzo quando qualcuno ti faceva un complimento, o incredulo dinanzi a un gesto gentile e amorevole nei tuoi confronti? E quante volte hai respinto una coccola, un abbraccio, un ti voglio bene autentico da qualcuno a cui ti senti tanto legato?

Se sei qui a leggere questo post, probabilmente la risposta è: tante – o di sicuro, più di quelle che secondo te avresti dovuto. 

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Quei momenti di (sano) vuoto

 

Qualche tempo fa, una mia paziente mi raccontava con enorme stupore di essersi accorta di quanto la sua giornata fosse piena zeppa di azioni, impegni e cose poco nutrienti e appaganti per lei. Tutto era iniziato durante una seduta, qualche settimana prima, in cui l’avevo invitata a osservare e prendere nota delle sue giornate, delle quali si lamentava spesso (ma che non si era mai data la possibilità di osservare da un'altra prospettiva) – perché erano così piene e stressanti, che si concludevano sempre con lei stremata e frustrata sul divano del salotto, a dirsi che ecco, neppure oggi era riuscita a ritagliarsi un tempo, anche piccolo, per prendersi cura di sé e di ciò che desiderava.

Questa esperienza aveva poi dato il via a una riflessione molto più grande e ricca di sfumature, tutte importanti, tutte utili, tutte illuminanti per lei.

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3 motivi per cui dovresti (ri)prendere fiato

 

Scrivo questo post per te che ti senti continuamente sotto pressione, impegnato a vivere la quotidianità correndo contro il tempo (che non basta mai!), fagocitato dalle tue stesse cose da fare (che sembrano essere infinite!). Fino a ritrovarti senza respiro.

A volte, il motivo di questa corsa sfiancante è l’ansia. Hai presente quel senso di tensione e pressione costante? Agisce sui tuoi pensieri (quando inizi a rimuginare e non riesci a smettere), sul tuo corpo (quando sei rigido, come compresso, e magari anche dolorante), su ciò che scegli di fare (quando fai una cosa dopo l’altra, o ti muovi e basta, senza portare a termine nulla). E infatti, l’ansia è scomoda, asfissiante, ingombrante. O per dirla come me l’ha raccontata una mia paziente, prima di iniziare il nostro lavoro insieme: “se dovessi descrivere il mio rapporto con l’ansia, io sarei piccola e messa all'angolo e lei [l’ansia] enorme, a dominare tutto”.

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Come le tue paure possono renderti più forte

 

La paura è l’emozione che incontro più spesso nelle storie che ascolto nel mio lavoro, seppur tutte diverse tra loro. C’è chi non si mostra liberamente per ciò che è per paura di essere giudicato e rifiutato. Chi non si lascia andare nelle relazioni amorose per paura di essere ferito e chi si accontenta di relazioni insoddisfacenti per paura di restare solo. Chi non si avventura in progetti ambiziosi o nel lavoro che desidera per paura di fallire. Chi nasconde le proprie emozioni per paura di perdere il controllo su di esse. Chi si riempie di cose da fare per paura di rimanere da solo con i propri pensieri (ed emozioni spiacevoli).

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Perché la paura di rimanere fregati è una grande fregatura

 

È la paura di rimanere fregati che ti frena nelle tue relazioni. Vorresti lasciarti andare ma temi che la fregatura sia dietro l’angolo: anche stavolta, prima o poi, ti sentirai tradito, abbandonato, deluso. Vero: il desiderio di buttarti in una relazione e viverla appieno è enorme, ma la paura che provi è così forte che fatichi a tenerle testa e finisci per lasciarti dominare da essa. Il risultato è più o meno sempre lo stesso: ti ritiri dalla relazione prima ancora di cominciare. E quando invece scegli di provarci, rimani in un costante stato di allerta: fatichi a godere dei momenti belli che hai sempre desiderato, mentre sei perennemente attento a individuare le prove della prossima fregatura e ti tieni pronto al momento in cui verrai ferito.

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Come la solitudine può diventare una tua cara amica

 

Sì, lo so, può sembrare assurdo pensare alla solitudine come qualcosa di positivo – una amica addirittura. Proprio per te, poi, che fai di tutto pur di non fermarti, perché quelle rare volte che hai dovuto farlo (anche solo a causa di una banale influenza) ti sei sentito un topo in gabbia, invaso da un profondo stato di solitudine che si trascina dietro tristezza, agitazione e un doloroso senso di vuoto.

Insomma, se sei una di quelle persone che vive la solitudine come un grande problema da evitare, questo post è per te. Ho deciso di scriverlo il giorno che una mia paziente si è accorta di come la solitudine che aveva arginato con tutta se stessa per una intera vita, era diventata per lei una esperienza di bellezza e pace. Una vera e propria amica, che aiutava, regalava nutrimento e benessere, di cui potersi fidare, da cui poter tornare.

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