Voler bene ai propri pazienti

6 Marzo 2024

Durante le supervisioni sento spesso condividere difficoltà che a ben guardare parlano della scomodità di quella presa in carico. Del sentirsi, cioè, a disagio all’idea di incontrare quel paziente, può darsi contrariate o infastidite dalla sua presenza, persino annoiate dalla sua storia.

Al netto dell’analisi del proprio controtransfert, penso ci sia un aspetto in particolare in cui le relazioni terapeutiche siano assai simili alle relazioni con il mondo fuori dalla stanza di terapia: noi persone siamo portatrici di diversità, è plausibile non piacere a tutti, è plausibile che non ci piacciano tutti, pazienti inclusi.

Il problema che rimane, però, è che farsene di quella scomodità. Come lavorare con una persona a cui non ci si sente vicine, anche nonostante gli sforzi. Come aiutare un paziente a cui non si vuole bene.

Guardare dentro le storie

Il paziente che varca la soglia di uno studio di psicoterapia non viene mai da solo: porta con sé le sue persone di riferimento introiettate, il bambino che è stato, il suo desiderio di cambiare delle cose spesso insieme a quello di lasciare tutto così com’è, e non in ultimo la storia della sua vita, che ha iniziato a scrivere fin dalla nascita e che guida fedele il suo presente – quella che in termini analitico transazionali viene chiamato copione di vita.

Andare a curiosare nel suo copione può aiutare a trovare molte risposte, anche quelle a domande come: perché non mi è simpatico? Perché non riesco a essere empatica con lui? Perché è così noioso?
Risposte talvolta utili a individuare almeno un aspetto di quella persona che susciti il nostro interesse e la nostra benevolenza. E talvolta invece no, quando i nostri vissuti nei suoi confronti restano invariati.

Allora, può darsi continueremo ad avvertire quella sfocata sensazione di incompatibilità, ma di certo potremo disporre di qualche informazione e consapevolezza in più per scegliere se e come vogliamo lavorarci insieme e aiutarlo a cambiare. Oppure come vogliamo salutarlo.

Il cambiamento richiede tempo e amore

Berne diceva che perché una persona potesse uscire rapidamente dal suo copione e diventare (finalmente) una persona reale che vive nel mondo reale, doveva vivere un’esperienza molto dura, come un trauma, oppure molto intensa, come un amore autentico e libero dagli incastri relazionali noti per quella persona. La terza opzione era la psicoterapia: al pari di efficacia senz’altro la strada più lunga e lenta.

Sono convinta che l’amore verso i nostri pazienti sia un acceleratore di cambiamento; di contro, quando questo manca, il cambiamento potrebbe diventare una meta impossibile da raggiungere – e la presa in carico un modo attraverso cui il paziente troverà conferme del fatto che quel suo faticoso copione è l’unica storia possibile per lui.

In fondo, non è per questo che le persone chiedono aiuto a noi cliniche? Per sentire di non essere (più) sole, di essere degne di amore a prescindere e importanti per qualcuno?
Ecco la prima cosa che possiamo fare per aiutarle: scegliere consapevolmente se a noi va bene essere quel qualcuno.

Il mio spazio preferito in cui riflettere sulle infinite sfaccettature di questo appagante e insieme faticoso lavoro che è accompagnare i propri pazienti nei loro percorsi di cura è insieme, la mia newsletter riservata alle colleghe psicologhe che, come me, danno valore allo scambio genuino e nutriente tra professioniste e cercano spazi confortevoli in cui sentirsi meno sole.
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Liria Valenti, psicologa e psicoterapeuta

Liria Valenti, psicologa e psicoterapeuta

Aiuto le persone a sentirsi padrone della loro vita e a fare scelte più consapevoli e felici. Lo faccio accompagnandole in percorsi di psicoterapia individuali e di coppia costruiti su misura per loro, nel mio studio a Roma (quartiere Trieste) e online.

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