Responsabilità nella relazione terapeutica

12 Marzo 2024

In terapia la responsabilità va divisa a metà, un presupposto che si fa più evidente e necessario quando incontriamo persone che bussano alla nostra porta e aspettano di essere salvate da una storia che non vogliono più vivere. Si tratta di pazienti che soffrono molto e da molto tempo, e che vivono buona parte della loro vita bloccati in quello che in analisi transazionale viene definito Stato dell’Io Bambino, ossia come i bambini che sono stati: impauriti, feriti, arrabbiati. Chissà, forse in attesa che qualche adulto scegliesse per loro, o nel timore che le proprie scelte potessero trovare critiche e divieti, o con l’idea che l’unico modo di muoversi in questa vita fosse non muoversi.

Di fatto, la passività che i pazienti mostrano nella relazione terapeutica non è altro che il modo migliore per loro di confermarsi una visione di sé, delle relazioni e della vita che li accompagna da sempre, e che però è anche quella che in pratica chiedono di aiutarli a cambiare, per stare meglio.

Il problema è che nessun cambiamento sarà possibile finché le persone vivranno nel loro Stato dell’Io Bambino, per di più senza esserne consapevoli: facendo quello che hanno sempre fatto, continuando a sentirsi come si sono sempre sentite e a raccogliere conferme là fuori di ciò a cui i bambini e le bambine che sono state credono di essere destinate.

Aiutare i pazienti a diventare grandi

Dal canto nostro, come cliniche, rischiamo di incoraggiare i loro processi di sofferenza e passività se rispondiamo alla loro richiesta implicita di salvarli, relazionandoci esclusivamente dal nostro Stato dell’Io Genitore: ad esempio, scegliendo al posto loro o dicendogli cosa è meglio fare, ma anche abbracciando la loro idea di essere impotenti, incapaci, senza alternative.

Ma per accompagnare i pazienti verso il cambiamento che desiderano, ora che sono grandi, la prima cosa da fare è restituire loro la responsabilità di scegliere da ora in poi, cosicché abbiano la possibilità di (ri)prendersela, e poi anche usarla.

Allora, è alla loro parte adulta, quella consapevole e ancorata alla realtà, che abbiamo da rivolgerci e che abbiamo da stimolare quando è sopita – certo, senza lasciar fuori tutte le altre parti, ché lo sappiamo: i bisogni e le emozioni rimaste inascoltate continueranno a reclamare attenzione e ascolto finché non incontreranno qualcuno disponibile a dar loro spazio. E per un po’ di tempo, quel qualcuno saremo noi.

Intercettare i buchi neri, ma anche le risorse

Ecco perché quando decidiamo se prendere in carico o meno un paziente abbiamo da chiederci se intravediamo in lui o lei le risorse per farcela, a prendersi la responsabilità di mettere le mani nella sua storia e trovare il modo di percorrere nuove strade, più rispettose della sua essenza ed esistenza.

Ché se noi cliniche per prime non lo crediamo possibile, come potremo aiutare quella persona a credere realizzabile il suo cambiamento? Come potremo aiutarla a diventare grande, se noi per prime continueremo a vederla piccina e senza potere?

Il mio spazio preferito in cui riflettere sulle infinite sfaccettature di questo appagante e insieme faticoso lavoro che è accompagnare i propri pazienti nei loro percorsi di cura è insieme, la mia newsletter riservata alle colleghe psicologhe che, come me, danno valore allo scambio genuino e nutriente tra professioniste e cercano spazi confortevoli in cui sentirsi meno sole.
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Liria Valenti, psicologa e psicoterapeuta

Liria Valenti, psicologa e psicoterapeuta

Aiuto le persone a sentirsi padrone della loro vita e a fare scelte più consapevoli e felici. Lo faccio accompagnandole in percorsi di psicoterapia individuali e di coppia costruiti su misura per loro, nel mio studio a Roma (quartiere Trieste) e online.

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