Quando non andare in terapia

5 Gennaio 2024

Nonostante sia convinta che una psicoterapia ben fatta possa rivelarsi uno dei migliori investimenti sulla propria salute mentale, che chi sta male o si trova in difficoltà possa fare, credo anche che esistano delle circostanze in presenza delle quali andare in terapia potrebbe rivelarsi un’opzione deludente, persino inefficace.

In questo articolo do spazio a quelle probabilmente più diffuse e ai loro possibili svantaggi in un percorso di terapia, offrendo una lettura basata sul quanto ho imparato e fatto mio durante la mia formazione e la mia esperienza clinica.

L’indisponibilità a guardare dentro di sé

L’inizio di una psicoterapia porta spesso con sé una certa dose di paura e incertezze. Il pensiero di raccontarsi può spaventare, specialmente se accompagnato dall’idea che verranno toccate corde dolorose o aperte porte interiori che si desidera tenere chiuse.

La paura è l’emozione che ha la funzione di tutelarci: noi persone tendiamo a evitare ciò di cui abbiamo paura, in tal modo proteggendoci da qualche pericolo avvertito.
In terapia questo può tradursi nell’evitare, più o meno consapevolmente, di guardarsi dentro. Ossia di ascoltare e validare le emozioni che emergono nei propri racconti, dare spazio a ricordi dolorosi, guardare da vicino parti di sé e pezzi della propria storia probabilmente già noti ma tenuti debitamente a distanza.

Il cambiamento, però, passa proprio attraverso i vissuti emotivi resi consapevoli, elaborati, integrati nella propria storia in modo pacifico. Quando non si è disponibili a priori ad affidarsi e farsi accompagnare laddove può fare paura andare, la terapia rischia di diventare uno spazio-tempo senza scopo, in cui potrebbe essere complicato, persino infattibile, comprendere insieme come stare meglio.

L’aspettativa di cambiare gli altri (o che siano gli altri a cambiare)

Faticare a guardarsi dentro contribuisce a spostare tutta l’attenzione al di fuori di sé, rischiando anche, da un lato, di attribuire tutta la responsabilità delle proprie difficoltà agli altri, agli eventi, alla (s)fortuna (cioè a circostanze e persone su cui di fatto non si può esercitare alcun controllo), dall’altro lato, di mettere nelle mani degli altri o del caso la possibilità di trovare un modo per stare meglio.

In un percorso di terapia individuale, però, tutti gli altri non ci sono, né tanto meno è possibile agire su qualcosa che è fuori dal controllo di chiunque. Inoltre, seppur sia senz’altro possibile scegliere di restare in attesa che qualcosa o qualcuno cambi, nella speranza che poi la propria vita prenda una via più piacevole e appagante, può essere utile rendersi consapevoli delle conseguenze: prima fra tutte, la possibilità che quanto desiderato non succederà mai.

D’altra parte, una psicoterapia è sostenuta proprio dall’attesa e dalla fiducia di comprendere il proprio modo di stare nella vita, e quindi anche qual è il proprio contributo nelle difficoltà vissute con sofferenza e fatica. Di fatto, l’unico su cui è possibile esercitare il proprio potere, per avviare poi i cambiamenti desiderati.

L’illusione che la psicoterapia (o chi la pratica) salvi le persone

La terapia si basa su una relazione alla pari, dove cioè ambo le parti coinvolte hanno valore, potere e responsabilità. Questo è anche il motivo per cui in terapia si è soliti non dare consigli, né sostituirsi ai pazienti scegliendo al loro posto.

L’immagine del o della terapeuta che salva le persone in difficoltà sottintende l’idea di una relazione terapeutica sbilanciata, dove cioè qualcuno sa cosa è meglio, ha le risposte, può, mentre l’altro no. Del resto, se in un rapporto c’è un salvatore, allora dall’altra parte ci sarà anche una vittima, cioè chi non ha possibilità, né risorse o capacità.

Nel concreto, arrivare in terapia con questa illusione potrebbe comportare delegare completamente il lavoro su di sé al o alla terapeuta, rimanendo in attesa delle decisioni e iniziative altrui o di ricevere indicazioni su cosa fare, continuando a lasciar fuori il proprio pezzo di responsabilità, e rinunciando a riappropriarsi del proprio valore e potere personale – che, di fatto, è un passaggio necessario perché la terapia sia di aiuto.

Nonostante ciò che questo post possa far pensare, a partire dal suo titolo, il mio non è un invito a lasciar perdere l’idea di iniziare una terapia, se è quel che si desidera.
Piuttosto, a rendersi consapevoli del proprio modo di approcciarvisi, che poi probabilmente parla del proprio modo di approcciare la vita: direi un’importante consapevolezza che si traduce in un primo passo verso un cambiamento possibile.

[Ho scritto questo post nel 2019 e l’ho rivisto, aggiornato e arricchito cinque anni dopo]

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Liria Valenti, psicologa e psicoterapeuta

Liria Valenti, psicologa e psicoterapeuta

Aiuto le persone a sentirsi padrone della loro vita e a fare scelte più consapevoli e felici. Lo faccio accompagnandole in percorsi di psicoterapia individuali e di coppia costruiti su misura per loro, nel mio studio a Roma (quartiere Trieste) e online.

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