Aiutare i pazienti anche a soffrire

2 Febbraio 2024

C’è un’idea in cui mi imbatto spesso, secondo cui ci sono due modi di stare in questa vita: soffrendo o essendo felici. C’è da dire che buona parte dei pazienti chiede aiuto quando il loro livello di sofferenza è diventato insopportabile, e la loro richiesta di tornare a stare bene o trovare finalmente un modo per farlo può avere un impatto su noi psicologhe che arriva fino alla pancia e si butta in mezzo ai nostri processi psicologici, più o meno conosciuti, più o meno trasformati.

A volte, si può colludere con la richiesta (più o meno esplicita) di essere salvati da ciò che fa soffrire, sia questo un sintomo, un evento, una relazione, persino quello che si crede essere il proprio destino. E quando questo accade, oltre a svalutare tanto le risorse quanto la responsabilità del paziente che in terapia può e deve fare il suo pezzo di lavoro, si rischia anche di abbracciare una visione polarizzata del sentire (felicità vs. infelicità) e nutrire l’aspettativa irrealistica che per stare bene nella propria vita sia necessario escludere la sofferenza dalla stessa.

In supervisione capita spesso di lavorare sull’aspettativa di proteggere il paziente dalla sofferenza. Di solito, se andiamo a osservare con attenzione, si nasconde dentro le sedute da cui si esce più stanche, a volte persino esauste; in cui si è avvertita la spinta a fare, più del solito; si è ricorse a offrire tante spiegazioni e consigli; si sono fatte presenti alcune sensazioni particolarmente intense, come un forte senso di urgenza ad esempio.

Ogni volta, è importante guardare da vicino quest’attesa che spinge ad attivarsi tanto, dentro e talvolta anche fuori la seduta; chiedersi di chi e di cosa parla e in che modo viene sollecitata in quella specifica relazione terapeutica. Così, poi, trovare il modo per far sì che non interferisca con la (nuova) storia che quel paziente è impegnato a scrivere, che, con probabilità quasi certa, è necessario passi anche attraverso quel dolore così pungente che adesso pare insostenibile – e che poi ne diventerà naturalmente (una) parte.

Del resto, credo sia questo lo scopo del nostro lavoro: aiutare le persone a stare nella vita. A starci intere, con tutte le loro parti. E a starci sempre, nei giorni di festa e pure in quelli di lutto.

Il dolore che si è disposti a vivere

Vero è anche che ognuno, nella propria vita, può scegliere di starci (o non starci) come vuole. Che in sostanza può voler dire che alcuni pazienti non vogliono andare laddove noi psicoterapeute riteniamo utile o “sano” che vadano – e chi più di loro ha il diritto e il potere di scegliere cosa è meglio per sé stessi in un dato momento?

Sintonizzarsi con la misura del paziente non è sempre immediato e semplice, al contrario, spesso passa da diverse prove e svariati errori. Ci sono terapie in cui possiamo osservare una misura che muta e si allarga man mano che il lavoro insieme procede, man mano che la relazione terapeutica diventa spazio solido e sicuro. Ce ne sono altre, invece, che si interrompono proprio quando si arriva al dunque, quando il dolore si fa finalmente riconoscibile, e farci i conti diventa l’unica strada per non rimanerne schiacciati o intrappolati in mezzo. E a noi che ci troviamo dall’altra parte della relazione non resta che prenderne atto.

Tenere insieme tutte le parti

In un lavoro terapeutico con una persona, sono convinta stia a noi professioniste tenere insieme tutte le parti, man mano che fanno capolino. Anche quelle che quel paziente ancora non sospetta eppure sono già lì, e quelle che per lui o lei sono troppo: dolorose, faticose, difficili da far entrare nella visione di sé, della propria storia, a volte anche del proprio futuro.

Con fiducia, sta a noi tenerle in custodia, finché il paziente non sarà pronto a riappropriarsene, concedendosi anche di soffrire. E così, di tenersi dentro la propria vita.

Il mio spazio preferito in cui riflettere sulle infinite sfaccettature di questo appagante e insieme faticoso lavoro che è accompagnare i propri pazienti nei loro percorsi di cura è insieme, la mia newsletter riservata alle colleghe psicologhe che, come me, danno valore allo scambio genuino e nutriente tra professioniste e cercano spazi confortevoli in cui sentirsi meno sole.
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Liria Valenti, psicologa e psicoterapeuta

Liria Valenti, psicologa e psicoterapeuta

Aiuto le persone a sentirsi padrone della loro vita e a fare scelte più consapevoli e felici. Lo faccio accompagnandole in percorsi di psicoterapia individuali e di coppia costruiti su misura per loro, nel mio studio a Roma (quartiere Trieste) e online.

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