IL MIO BLOG: spunti e riflessioni su infiniti modi di stare bene (con te e con gli altri)


 

Il mio blog è come un piccolo e confortevole salotto in cui puoi metterti comodo e prendere quello che ti è più utile.

 

Ogni settimana puoi trovarci le mie riflessioni e i miei consigli su come stare meglio con te stesso e con gli altri. A volte ti racconto alcuni preziosi pezzi del mio lavoro e di come mi piace farlo. In alcuni post ti regalo dei files scaricabili con informazioni ed esercizi utili. Puoi girovagare tra le mie rubriche a tema e leggere ciò che ti interessa di più.

 

E poi, se lo desideri, puoi anche continuare la conversazione con me lasciando un commento ai miei post.

Accomodati, dunque, e buona lettura!

 


Paura di non essere all'altezza: accettarla senza lasciarsene sopraffare

 

La sensazione di non essere all'altezza è una paura che ti accompagna da tempo, a prescindere dalle persone che incontri, e si presenta puntuale soprattutto nelle occasioni nuove e per te importanti: quando esci per la prima volta con qualcuno, quando devi sostenere un esame, quando prendi un nuovo lavoro. In pratica, quando devi confrontarti con qualcosa che ancora non conosci e con cui non ti sei mai misurato.

E a quel punto cosa fai? Inizi mettendo in dubbio che puoi farcela e finisci credendo che no, tanto non puoi.

Ricordati che quello che pensi di te ha un impatto sul tuo comportamento e quindi anche sulle tue scelte. Ecco perché, in preda a questa paura, ti ritrovi (quasi) sempre a seguire una di queste due strade: o eviti le situazioni delle quali non ti senti all'altezza, o provi ad affrontarle, ma continuando a credere di non esserlo. 

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Se per te non è mai abbastanza

 

Il mese scorso, ho raccontato di una dinamica relazionale che incontro spesso nelle storie dei miei pazienti – quando questi fanno di tutto per soddisfare qualcuno a cui tengono e poi, invece, si ritrovano a sguazzare nell'inadeguatezza e nel senso di fallimento. Il motivo? Perché per quel qualcuno, niente è mai abbastanza. 

Se quel post offre degli spunti di riflessione proprio a chi ha una relazione importante con uno di quelli che (ho soprannominato) non-è-mai-abbastanza e si sente spesso inadeguato, frustrato e non abbastanza all'altezza in seguito alle interazioni con loro; voglio dedicare quello di oggi, invece, a chi si trova dall'altra parte e si riconosce nella descrizione di colei o colui che difficilmente si sente e si mostra contento e soddisfatto di qualcosa, perché non lo reputa abbastanza bello, interessante, buono, originale, appassionante, intelligente, e via dicendo. 

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Cambiamenti, che ansia!

 

Disse colei, o colui, che faticava a mettere la testa fuori dalla sua comfort zone. Ossia quello spazio – inteso come condizione mentale - conosciuto, comodo e rassicurante, in cui tutto è esattamente dove ti aspetti che sia e le novità (con rischi e paure annesse) sono tagliate fuori. Non è un caso, infatti che per molte persone, i cambiamenti siano fonte di ansia perché vissuti come una minaccia di quel livello di benessere percepito che, appunto, la comfort zone regala. 

In sostanza, rimanere fermo nel tuo spazio sicuro ti consente di metterti al riparo dal senso di fallimento che, invece – chissà - potresti vivere confrontandoti con esperienze, persone, realtà ancora sconosciute. Ma tutto questo ha un costo, perché la comfort zone può diventare una vera e propria prigione che ti impedisce sia di imparare cose nuove e metterti alla prova, e quindi anche di crescere, superare i tuoi limiti, nutrirti di nuove esperienze, far entrare nella tua vita nuove emozioni, relazioni, conoscenze, competenze; sia di tirarti fuori da situazioni infelici e dolorose, che fai fatica a lasciar andare perché familiari e in qualche modo, per questo, prevedibili e rassicuranti.

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Il mito delle psicoterapie infinite (e quanto dura, in realtà, una terapia!)

 

Una delle perplessità che incontro spesso quando si parla di intraprendere una psicoterapia, è la durata: lunga, troppo. Perplessità che spesso coincide con la scelta di non iniziarla affatto - per paura di doverla poi fare a vita - e di continuare a tenersi il problema (e l’infelicità che ne deriva), rinforzando l'idea che è necessario farcela (o non farcela) da soli. 

La verità è che un percorso di psicoterapia non dura a vita, ma solo finché serve. E oggi voglio approfondire l’argomento in questo post, a partire da alcune domande che ho ricevuto via mail e che mi è capitato mi facessero anche in studio persone che poi hanno deciso di iniziare un percorso di psicoterapia insieme a me

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Il bello di essere (troppo) sensibili

 

Mentre lavoro mi capita spesso di notare come le persone che raccontano il loro modo di essere, descrivano una loro risorsa come un limite. A volte, quel limite è vissuto come un vero e proprio problema, e in alcuni casi è talmente difficile conviverci da trasformarsi nel motivo che li spinge a rivolgersi a me e richiedere il mio aiuto a superarlo. 

Essere troppo sensibili è uno di questi casi. La sensibilità, percepita come eccessiva, viene vissuta come una sorta di prigione, che impedisce ai sensibili di mostrarsi onestamente agli altri e di agire liberi dal timore del giudizio esterno. 

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Le relazioni con Quelli che non-è-mai-abbastanza

 

Prendi quelle persone che hanno sempre qualcosa da obiettare, anche quando fila tutto liscio. Difficile accontentarle, la loro risposta a qualunque proposta generalmente è: sì, ma... Quando ci sono loro, la critica è dietro l’angolo. Insolito che si lascino andare a un complimento. Perché per queste persone, qualsiasi cosa – che sia un risultato, una idea, uno spettacolo, un vestito, una persona, un piatto di pasta – non è mai abbastanza: bello, buono, originale, coinvolgente, attraente, e così via, verosimilmente all'infinito. In pratica, impossibile soddisfarli.

Potremmo definirli quelli che non-è-mai-abbastanza; quando ti imbatti in uno di loro ti ritrovi poi con una spiacevolissima sensazione di inadeguatezza, come se avessi fallito e se il tuo errore fosse irrimediabile. In sostanza, sei tu a non sentirti abbastanza bravo, ad esempio, o attraente. O capace, o interessante. Insomma, abbastanza all'altezza di quel che desideri essere. 

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Come il valore che ti dai si riflette sulle tue relazioni

 

La scorsa settimana ti raccontavo della cosiddetta profezia che si autoavvera e di come i suoi risultati possano essere visibili – ahimè - anche nelle tue relazioni. Ossia di come le tue convinzioni limitanti e negative su come funzionano i tuoi legami, su quel che possono darti o non ti daranno mai, o su come finiranno (o non inizieranno affatto), possano portare esattamente agli esiti più o meno catastrofici che ti aspetti; in sostanza, condizionando il modo in cui sei solito gestire i tuoi rapporti con gli altri.

Ma le tue convinzioni sul futuro delle tue relazioni non sono le uniche a influire sul loro decorso. Per questo motivo, oggi voglio offrirti qualche spunto per riflettere sul valore che ti dai, perché so per esperienza, e non solo in teoria, che da questo dipendono moltissimi aspetti della tua vita, che probabilmente sottovaluti - uno tra tutti? Le relazioni in cui scegli di stare o non stare, per l’appunto. 

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Quando è il futuro (e non il passato) a influenzare il tuo presente

 

Se sei convinto che tutte le spiacevoli esperienze che ti capitano nei tuoi oggi, siano colpa del tuo passato e del destino a cui sei stato condannato e che subisci tuo malgrado, questo post è per te. 

Lo scrivo per raccontarti di quella che viene chiamata profezia che si autoavvera e offrirti una chiave di lettura diversa - spero più utile - delle esperienze che vivi. 

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La fatica (e la bellezza) di cambiare

 

Il rientro dalle ferie alla vita di tutti i giorni spesso coincide con un grande desiderio di portare piccoli o grandi cambiamenti nel proprio modo di vivere. Sarà per via delle consapevolezze che hai messo a fuoco mentre eri fuori dalla tua routine, o delle nuove esperienze assaporate da poco - che nel contesto vacanziero è più semplice concedersi, settembre può essere quel mese in cui una mattina ti svegli per andare al lavoro e ti dici che ora basta!, è arrivato il momento di cambiare.  

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Relazioni salvagente e storie di infelicità

 

L’espressione 'relazione salvagente' è nata durante una seduta in studio, mentre con una mia cliente riflettevamo su come la relazione sentimentale che stava portando avanti, trascinandosela anche un bel po’, fosse una sorta di salvagente che le permetteva di restare a galla. Lei aveva iniziato un percorso di cambiamento con me perché non riusciva a chiudere un rapporto già finito da tempo – e poi c’era riuscita, ma ora rieccola: il compagno era diverso e anche la relazione, eppure lei continuava a sentirsi nello stesso modo. Infelice. Consapevole di non volere più quella storia, eppure bloccata al suo interno

Una cosa però era cambiata: la sua percezione del problema. Perché era diversa la prospettiva da cui osservava sé stessa e la sua situazione. Se prima credeva che la sua infelicità dipendesse dal fatto che non ne poteva più di essere legata a un uomo e si sentiva soffocata dalla loro storia, ora era finalmente pronta per prendere consapevolezza del fatto che, in realtà, era lei non riusciva a stare senza un uomo e la loro relazione.  

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Impara a ricevere (quello che non osi concederti)

 

Quante volte ti sei sentito in imbarazzo quando qualcuno ti faceva un complimento, o incredulo dinanzi a un gesto gentile e amorevole nei tuoi confronti? E quante volte hai respinto una coccola, un abbraccio, un ti voglio bene autentico da qualcuno a cui ti senti tanto legato?

Se sei qui a leggere questo post, probabilmente la risposta è: tante – o di sicuro, più di quelle che secondo te avresti dovuto. 

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Quei momenti di (sano) vuoto: breve riassunto di anni di riflessioni [dal diario di una psicoterapeuta]

 

Qualche tempo fa, una mia paziente mi raccontava con enorme stupore di essersi accorta di quanto la sua giornata fosse piena zeppa di azioni, impegni e cose poco nutrienti e appaganti per lei. Tutto era iniziato durante una seduta, qualche settimana prima, in cui l’avevo invitata a osservare e prendere nota delle sue giornate, delle quali si lamentava spesso (ma che non si era mai data la possibilità di osservare da un'altra prospettiva) – perché erano così piene e stressanti, che si concludevano sempre con lei stremata e frustrata sul divano del salotto, a dirsi che ecco, neppure oggi era riuscita a ritagliarsi un tempo, anche piccolo, per prendersi cura di sé e di ciò che desiderava.

Questa esperienza aveva poi dato il via a una riflessione molto più grande e ricca di sfumature, tutte importanti, tutte utili, tutte illuminanti per lei.

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3 motivi per cui dovresti (ri)prendere fiato

 

Scrivo questo post per te che ti senti continuamente sotto pressione, impegnato a vivere la quotidianità correndo contro il tempo (che non basta mai!), fagocitato dalle tue stesse cose da fare (che sembrano essere infinite!). Fino a ritrovarti senza respiro.

A volte, il motivo di questa corsa sfiancante è l’ansia. Hai presente quel senso di tensione e pressione costante? Agisce sui tuoi pensieri (quando inizi a rimuginare e non riesci a smettere), sul tuo corpo (quando sei rigido, come compresso, e magari anche dolorante), su ciò che scegli di fare (quando fai una cosa dopo l’altra, o ti muovi e basta, senza portare a termine nulla). E infatti, l’ansia è scomoda, asfissiante, ingombrante. O per dirla come me l’ha raccontata una mia cliente prima di iniziare Ansia, non ti temo!: “se dovessi descrivere il mio rapporto con l’ansia, io sarei piccola e messa all’angolo e lei [l’ansia] enorme, a dominare tutto”.

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Come le tue paure possono renderti più forte

 

La paura è l’emozione che incontro più spesso nelle storie che ascolto nel mio lavoro (e non solo!), seppur tutte diverse tra loro. C’è chi non si mostra liberamente per ciò che è per paura di essere giudicato e rifiutato. Chi non si lascia andare nelle relazioni amorose per paura di essere ferito e chi si accontenta di relazioni insoddisfacenti per paura di restare solo. Chi non si avventura in progetti ambiziosi o nel lavoro che desidera per paura di fallire. Chi nasconde le proprie emozioni per paura di perdere il controllo su di esse. Chi si riempie di cose da fare per paura di rimanere da solo con i propri pensieri (ed emozioni spiacevoli).

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Rialzarsi dopo una (brutta) caduta: riflessioni sparse [dal diario di una psicoterapeuta]

 

Una delle cose che voglio fare nel 2018 – mi sono detta – è scrivere di più di psicoterapia (e dintorni) dal mio personalissimo punto di vista. Ho pensato a lungo a come volevo farlo. Poi, un giorno, mentre riordinavo la scrivania mi sono ritrovata tra le mani il mio quadernetto di appunti, dove scrivo le riflessioni che faccio al termine di giornate lavorative particolarmente intense e stimolanti, in cui ho ricevuto tante domande (via mail o durante le sedute in studio e su skype), o i racconti che ho ascoltato hanno attivato in me una serie di connessioni e pensieri fruttuosi, o ho letto qualcosa in giro (nel web, in un libro, nei social) che mi ha fatto fermare a riflettere. Per intenderci, una sorta di diario.

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Perché la paura di rimanere fregati è una grande fregatura

 

È la paura di rimanere fregati che ti frena nelle tue relazioni. Vorresti lasciarti andare ma temi che la fregatura sia dietro l’angolo: anche stavolta, prima o poi, ti sentirai tradito, abbandonato, deluso. Vero: il desiderio di buttarti in una relazione e viverla appieno è enorme, ma la paura che provi è così forte che fatichi a tenerle testa e finisci per lasciarti dominare da essa. Il risultato è più o meno sempre lo stesso: ti ritiri dalla relazione prima ancora di cominciare. E quando invece scegli di provarci, rimani in un costante stato di allerta: fatichi a godere dei momenti belli che hai sempre desiderato, mentre sei perennemente attento a individuare le prove della prossima fregatura e ti tieni pronto al momento in cui verrai ferito.

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Come la solitudine può diventare una tua cara amica

 

Sì, lo so, può sembrare assurdo pensare alla solitudine come qualcosa di positivo – una amica addirittura. Proprio per te, poi, che fai di tutto pur di non fermarti, perché quelle rare volte che hai dovuto farlo (anche solo a causa di una banale influenza) ti sei sentito un topo in gabbia, invaso da un profondo stato di solitudine che si trascina dietro tristezza, agitazione e un doloroso senso di vuoto.

Insomma, se sei una di quelle persone che vive la solitudine come un grande problema da evitare, questo post è per te. Ho deciso di scriverlo il giorno che una mia cliente si è accorta di come la solitudine che aveva arginato con tutta se stessa per una intera vita, era diventata per lei una esperienza di bellezza e pace. Una vera e propria amica, che aiutava, regalava nutrimento e benessere, di cui potersi fidare, da cui poter tornare.

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Perché dovresti mostrarti così come sei

 

La gran parte delle persone che incontro grazie al mio lavoro fatica a mostrarsi al mondo come è realmente – anzi, molte di loro non ci riescono affatto. A volte, questo è il motivo principale per cui chiedono il mio aiuto, altre volte è una difficoltà che emerge strada facendo, mentre procediamo nel loro percorso di cambiamento.

L’esperienza, più della teoria, mi ha insegnato che le persone preferiscono indossare una maschera e nascondersi al mondo per paura che gli altri, scoprendo cosa c’è dietro quella maschera, rimangano delusi, giudichino negativamente ciò che vedono, se ne approfittino o se ne vadano via.

Insomma, la paura di restare soli è tanto forte da oscurare il desiderio di vivere appieno la propria vita, ascoltando e dando forma ai propri desideri.

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Dietro la (tua) tendenza a rimandare a domani

 

Uno dei problemi più diffusi che ascolto intorno a me, dentro e fuori il mio studio, è la tendenza a rimandare a domani (leggi: più in là possibile. Oppure mai?) le cose da fare - ossia quelle che suscitano ansia o richiedono un cambiamento. Rimandare regala brevi ma intensi istanti di sollievo e mette in una condizione di calma apparente: è il suo effetto immediato. Ma a fine giornata o il giorno dopo, arriva puntuale il suo effetto a lungo termine: insoddisfazione, ansia, senso di inadeguatezza, malessere sparso. Fino alla prossima decisione di rimandare, che, inevitabilmente, attiva un circuito che fa più o meno così: “che ansia!” – “che sollievo!” – “che disastro!”.

È l’arte della procrastinazione, e i più esperti nel campo, ossia i procrastinatori incalliti, raccontano che uscire da questo circuito ansiogeno è praticamente impossibile (hai presente la frase: “è più forte di me!”?).

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Quando la (tua) ansia prende il sopravvento

 

Può succedere di sentirsi in balìa delle proprie emozioni e di provare disagio per questo, sentendosi disorientati, confusi, inquieti, specialmente quando le emozioni in questione sono spiacevoli o dolorose. Può succedere di sentirsi così arrabbiati o spaventati, per esempio, da non riuscire a vedere nient’altro che quella emozione e di agire di conseguenza - in preda alla rabbia o alla paura.

Oggi voglio raccontarti cosa succede quando è l’ansia a prendere il sopravvento. In pratica, quando la senti così forte che agisci automaticamente in un certo modo, anche quando vorresti fare altro o farlo diversamente. Come se l’ansia che provi iniziasse a spadroneggiare, lasciandoti impotente.

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Le scelte di cui rischi di pentirti

 

Le storie di vita che ascolto e accolgo nel mio studio o su skype - qualunque sia il nucleo della questione, chiunque sia il proprietario della storia - hanno sempre a che fare con una scelta.

Quella di tirarsi fuori da una situazione diventata stretta o dolorosa. Sperimentarsi in contesti nuovi e sconosciuti. Aprirsi o chiudersi. Rimanere fermi. Andare avanti. Tornare indietro. Recuperare o lasciar andare. Affidarsi a qualcuno o affidarsi a se stessi. Dire si o no. Accettare o rassegnarsi. Criticarsi incessantemente o abbracciarsi il più possibile. Vivere in un certo modo o in un altro.

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3 modi per realizzare i tuoi desideri (e migliorare la tua vita)

 

Al di là dei propositi e non-propositi che forse hai individuato per il tuo nuovo anno e che ti sei preoccupato di appuntare in (accurate) liste, probabilmente dentro di te nutri la speranza che il 2017 sarà l’anno in cui realizzerai i tuoi desideri di felicità. Finalmente.

È proprio pensando a una delle domande che ricevo più spesso – cioè: “(sì, ma) come si fa (a fare ciò che si desidera ed essere felici)?” – che scrivo questo post. Perché voglio raccontarti come si fa secondo me, come hanno fatto le persone che ci sono riuscite, cosa TU puoi fare per realizzare ciò che desideri e migliorare la tua vita.

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Quando la fine è un (nuovo) inizio

 

La fine dell’anno è quasi arrivata e oggi scrivo il mio ultimo post del 2016. A gennaio ho riaperto il blog parlando di gioia e augurandoti di sentirla, condividerla, darle spazio coltivandone un bel po’ ogni giorno - a proposito, come è andata?! -  e avevo voglia di chiudere l’anno tornando a parlarne, facendo una sorta di bilancio, se vogliamo, ma tutto focalizzato sulla gioia.

Non su quanta ce ne è stata però. Piuttosto, quanto è stata coltivata e in che modo, quanto spazio le è stato dato, cosa è stato fatto concretamente per darle vita. Perché se è vero che alcune gioie arrivano a sorpresa, la maggior parte invece siamo noi a procurarcele, non trovi?

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La gratitudine come strumento di felicità

 

Questo anno sta per concludersi e, come tutte le cose che finiscono nella vita, sono convinta sia importante salutarlo serenamente e con un sorriso bello e pacifico, lasciando andare la delusione e la rabbia per tutto ciò che non è andato come avresti voluto. Forse lo sai già: se le emozioni di gioia, appagamento e pace danno la carica e ti regalano energia, al contrario quelle spiacevoli e dolorose la trattengono e ti lasciano indebolito.

Il mio augurio per te è di arrivare alla fine di quest’anno con grande quantità di energia – o che sia perlomeno sufficiente per aprirti serenamente a tutto il nuovo che verrà e costruire o continuare a coltivare i tuoi progetti di felicità.

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Come il tuo bisogno di piacere sempre a tutti ti fa dimenticare di Te

 

Chi non ha mai desiderato di piacere agli altri, almeno una volta? Pensa a quando ti prepari per un colloquio di lavoro o un esame universitario, e vuoi fare una buona impressione a chi ti valuterà. O a quando esci con la persona che ti piace e con cui vorresti iniziare una relazione, e speri che anche lui o lei ti troverà interessante e attraente. Insomma, solo qualche esempio per dire: con molta probabilità, nessuno.

E in effetti, questo post non parla di desiderio, ma di bisogno - e c’è una bella differenza. Perché mentre il desiderio ci guida verso uno stato di benessere e libertà, facendo anche da spinta per individuare quel che ci serve per realizzarlo (e poi goderne), il bisogno ci catapulta immediatamente in uno stato di necessità, facendoci sentire prigionieri, pressati, obbligati.

Se il bisogno in questione, poi, è quello di piacere, e anche sempre e a tutti, la sensazione di costrizione e fatica aumenta considerevolmente.

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Sul valore che ti dai (e su quello che meriti davvero)

 

La scorsa settimana ho condiviso con te alcune mie riflessioni sul valore che do al mio lavoro e sul perché scelgo di farlo in un modo piuttosto che in un altro (per esempio rifiutando le richieste di consulenze di 5 minuti). Oggi, come promesso, torno a parlare di valore, ma stavolta del tuo – o meglio, di quello che riconosci a te stesso.

Incontro giornalmente - nel mio lavoro e nella mia vita privata – persone che, senza neanche accorgersene, tendono a sminuire non solo il proprio valore (leggi: le proprie capacità, il talento, il loro originalissimo modo di essere, le proprie risorse), ma anche ciò che fanno, sanno fare e potrebbero fare (se solo riconoscessero quanto valgono). Il risultato è che si sentono perennemente in dubbio quando devono fare una scelta (sarà quella giusta?) e stentano a credere veri e sinceri i complimenti e i riconoscimenti che ricevono dagli altri (complimenti?? What?!).

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Perché non faccio consulenze di 5 minuti