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Non riuscire a godere dei propri successi: perché succede?

 

Può trattarsi di un bel voto preso a un esame, un progetto lavorativo che ha portato i risultati sperati, un importante traguardo personale, persino una relazione di coppia solida e amorevole: il punto è che, a prescindere da quanto costruito, realizzato o conquistato, l’emozione che accompagna queste situazioni è un misto di insoddisfazione, scontentezza e indifferenza

Se ti sei fermato a leggere questo post, probabilmente le mie parole ti suonano familiari. Forse anche tu, dinanzi a un tuo presunto successo, ti soffermi più a pensare a cosa avresti potuto fare di più o meglio in quella situazione, che a quel che stai effettivamente vivendo o che hai realmente raggiunto. In tal modo, rimanendo sintonizzato sulla convinzione che in fondo, ciò che fai o hai, per quanto piacevole o in linea con i tuoi desideri, non è (mai) abbastanza per sentirti fiero e soddisfatto.

Questo è anche il motivo per cui tendi a proiettare i tuoi pensieri più sui piani futuri piuttosto che sugli eventi del presente: non appena raggiunto un obiettivo, stai già pensando al prossimo, senza darti neanche un momento per sentirti fiero di te, almeno un po’, e gioire di quel piccolo o grande risultato. 

Insomma, sentirsi meritevole di un successo non è una possibilità contemplata, oppure sì, ma rimane un desiderio di difficile realizzazione. È una condizione che vive anche chi soffre della sindrome dell’impostore e razionalmente riconosce di aver raggiunto un dato risultato, mentre sul piano emotivo vi rimane indifferente, come se non lo riguardasse personalmente o si trattasse di un evento fortunato, di facile riuscita, scontato, che, semplicemente, è avvenuto come da programma e di conseguenza non genera emozioni. 

Si tratta di un processo di autosvalutazione, a causa del quale non ci si riconosce valore o specifiche risorse e competenze, né il proprio contributo al buon esito di una qualsiasi prestazione e situazione.

I motivi per cui succede possono essere tanti e diversi; in fondo, ogni persona lo è, così come la sua storia. Per questo oggi, in questo post, condivido qualche ipotesi e nessuna verità assoluta, attingendo alla mia esperienza clinica e ad alcune delle storie che ho accolto mentre accompagnavo i miei pazienti nei percorsi di terapia

 

Ci trattiamo come siamo stati trattati

Fermati un momento a riflettere. Come venivano accolti i tuoi entusiasmi quando da bambino raggiungevi un piccolo o grande risultato? Quali reazioni potevi osservare quando, una volta adolescente, raggiungevi i traguardi per te importanti? Hai respirato indifferenza? È lo stesso modo in cui ti tratti oggi?

Probabilmente sì. Perché tendiamo a trattarci nello stesso modo in cui siamo stati trattati, a rivolgerci le stesse parole e gli sguardi che abbiamo ricevuto, a nutrire le stesse aspettative che i nostri punti di riferimento nutrivano nei nostri riguardi. Così, se nel corso del tempo, stando in relazione con le persone importanti per te e cogliendo e interpretando le loro parole, i loro sguardi, i silenzi, le reazioni, hai maturato l’idea che ciò che fai o ottieni, per quanto elettrizzante, non è mai abbastanza per ottenere un riconoscimento di valore, può darsi continuerai a rimanere indifferente dinanzi i tuoi successi.

In tal modo, non corri solo il rischio di perdere di vista le tue capacità, ma anche di trasformare i buoni risultati che raggiungi in azioni qualunque, mantenendo un atteggiamento svalutante nei tuoi confronti, ignorando i tuoi sforzi e sostenendo l’idea che non solo quel che fai, ma anche tu forse, non vali abbastanza. 

 

Quando occorre fare i conti con l'imperfezione

Dicevamo: fin da piccoli tendiamo a far nostre le aspettative che percepiamo abbiano nei nostri riguardi le figure per noi importanti. Ma cosa succede quando queste aspettative sono tante e anche eccessivamente elevate – in poche parole, impossibili da soddisfare? 

È quel che capita quando, ad esempio, un genitore incoraggia il proprio figlio ribadendo più volte che è talmente intelligente, brillante e speciale, che può realizzare tutto ciò che vuole e anche senza sforzo. Nella pratica, poi, difficilmente accadrà. Perché come tutti, quel figlio non sarà perfetto né perfettamente prestante: incontrerà difficoltà, si accorgerà che non è sempre così facile ottenere quel che desidera, farà errori, si sentirà frustrato e potrebbe generalizzare le esperienze eguagliandole tutte tra loro, a prescindere dal livello di prestazione raggiunto, dubitando di sé e delle proprie “reali” capacità.  

Fare i conti con le tue imperfezioni può essere parecchio faticoso se fin dalle tue prime relazioni significative hai respirato un’immagine di te perfetta e infallibile, che nel tempo hai fatto tua. Il rischio che corri è continuare a rimanervi fedele, rinunciando a ridimensionare i tuoi standard di perfezione e gioire dei risultati che, per quanto ritenuti dei successi dalle persone intorno a te, non rispettano quei criteri. 

 

Comprendere cosa è stato per iniziare a cambiare cosa sarà

Sapere perché non riesci a concederti riconoscimenti o perché pretendi tanto da te stesso, è utile nella misura in cui ti permette di dare un significato alla difficoltà che vivi ancora oggi, ossia il trattamento che sei solito riservarti, anche quando ti piacerebbe invece riconoscerti i tuoi meriti e goderteli pure.

Nel mio lavoro, noto che comprendere da dove arriva la modalità di essere scontenti dei propri risultati o persino di ignorarli, si rivela importante per farci i conti e poi anche la pace. Perché consente di trovare risposte, creare nessi, elaborare le emozioni rimaste incastrate in quei momenti, quelle dinamiche relazionali, quei ricordi. E poi procedere oltre, e anche diversamente se lo si desidera.

In tal senso, credo che darti la possibilità di comprendere come mai oggi fatichi così tanto a essere fiero di quel che sei in grado di fare, può tornarti utile per cercare e accogliere un’alternativa nel presente, e scegliere con quali occhi guardarti, quali parole dedicarti, come accogliere i tuoi errori e anche i tuoi successi. 

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Sono Liria Valenti, psicologa e psicoterapeuta.

 

Mi piace accompagnare le persone in percorsi di cambiamento,

aiutandole a sentirsi padrone della loro vita e a fare scelte consapevoli e felici. Del mio lavoro amo: ascoltare, (ri)costruire, emozionarmi.