Sulle cose che non puoi cambiare (anche se vorresti)

 

Le persone che arrivano da me lo fanno perché vogliono cambiare ciò che non gli piace più o non gli è mai piaciuto, nella loro vita. Magari hanno provato a far da sole per molto tempo, ma senza riuscirci. Oppure sanno che qualcosa non funziona – ed è per questo che si sentono infelici – ma non sanno di cosa si tratta, e dunque cosa cambiare effettivamente e da dove iniziare.

Quando incontro per la prima volta una persona (nel mio studio o su skype), una delle prime cose che mi interessa conoscere è cosa vuole cambiare con il mio aiuto. Nel corso degli anni, ho ascoltato le risposte dalle sfumature più varie e, a volte, alcune di queste erano impossibili da realizzare.

È proprio di questo che voglio raccontarti oggi: quello che non puoi cambiare, anche se vorresti - e pure tanto. In sostanza, tutto ciò che è fuori dal tuo controllo, quel che non dipende da te e dalla tua volontà.

Qualche esempio? Una perdita, la conseguenza di una tua scelta che non potevi prevedere, una malattia tua o di qualcuno a cui tieni, gli altri, le scelte degli altri.

Ho notato che le persone tendono a reagire principalmente in due modi alle situazioni che non possono modificare: con rassegnazione o con ostinazione.

La rassegnazione, in apparenza, è la reazione più naturale, la più prevedibile, quella più coerente alla situazione (della serie: se non puoi effettivamente cambiare questa cosa, rassegnati!), perché viene confusa con l’accettazione. Ma non è così, perché chi si rassegna subisce sentendosi impotente e sopraffatto e abbandona l’idea di stare bene anche quando si trova dinanzi a qualcosa che non è possibile modificare. Mi torna in mente una donna che ho accompagnato per un pezzo della sua strada, un po’ di tempo fa, la cui rassegnazione non era una emozione con cui rispondeva a un certo stimolo e basta, ma uno stato d’animo più profondo, sempre presente nella sua vita: un modo frequente di reagire alle difficoltà, tutte e non solo quelle che non si possono cambiare. Per lei era “normale” sentirsi così, e la sua risposta automatica era mollare accumulando fallimenti, rimpianti e sconfitte, come se tutto fosse già scritto e deciso, sempre da qualcun altro, mai da sé. [Sì, poi imparò un altro modo di reagire: trasformò la rassegnazione in accettazione e lasciò andare diverse cose che non poteva proprio cambiare, ma con consapevolezza e serenità e non con senso di sconfitta e impotenza].

All’opposto, poi, c’è chi reagisce con ostinazione. Andando contro tutto e tutti, convinto che in realtà, se insisti, un cambiamento lo ottieni di sicuro e sempre. L’ostinazione viene spesso ammirata, perché confusa con la tenacia. In realtà, l’ostinato si muove in questo modo perché fatica ad accettare qualcosa di doloroso, e non tanto perché ha un obiettivo realistico che vuole raggiungere. Prendi quella persona che vive una relazione infelice, che non la soddisfa, in cui non ci sono margini realistici di miglioramento o cambiamento di ciò che è diventato doloroso, o che il partner non è più interessato a continuare. L’ostinazione può diventare lo strumento che rende tutto ancora più difficile da sostenere, perché la persona si fissa con ciò che non è modificabile, con conseguenti emozioni di insoddisfazione, rabbia, e grande fatica, invece di investire le proprie energie su cosa è davvero migliorabile e su scelte più rispettose di sé.

Se ti ritrovi in una delle due reazioni che ho descritto e la cosa non ti piace per niente, ci sono almeno due cose che puoi iniziare a fare.

La prima è riflettere sul vantaggio del tuo modo di reagire. Sì, hai letto bene, vantaggio. Perché se continui a comportarti così, anche vedendo che la tua strategia non funziona, un motivo ci sarà. In pratica: a che ti serve rassegnarti e mollare o procedere con ostinazione? Cosa ottieni quando lo fai? Ascoltati se ne hai voglia e lascia affiorare le risposte che ti vengono in mente: potresti scoprire un aspetto di te che non ti era ancora chiaro o che non conoscevi.

La seconda cosa che ti invito a fare è valutare una terza possibilità: un altro modo di reagire a ciò che non puoi proprio cambiare – a meno che tu non possieda una bacchetta magica (eh, magari…)!

Sto parlando dell’accettazione consapevole. Che inizia imparando a guardare in faccia la situazione dolorosa, frustrante, insoddisfacente, anche quando questo significa sperimentare emozioni spiacevoli con cui poi ti ritrovi a fare i conti. Quello che vedo sempre è che quando una persona arriva a questo punto e si prende cura dei propri vissuti emotivi, accogliendoli, scoprendo il loro messaggio, riesce a individuare con più facilità alternative che non avrebbe mai contemplato. Il passo successivo, infatti, è valutare quale può essere il modo migliore per te di stare (o non stare) lì, in quella situazione che non dipende dal tuo controllo e non puoi modificare.

Lo so, non è semplice né immediato, può richiedere tempo e allenamento, ma è possibile (questo sì!).

 

E adesso lascio la parola a te: come ti senti quando non puoi cambiare quel che non ti piace? E cosa fai? Ti collochi più sul versante rassegnazione o su quello dell'ostinazione? Se ti va, puoi condividere la tua esperienza nei commenti a questo post, così possiamo continuare la conversazione e dar vita a nuove riflessioni :)

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Sono Liria Valenti, psicologa e psicoterapeuta.

 

Mi piace accompagnare le persone in percorsi di cambiamento,

aiutandole a sentirsi padrone della loro vita e a fare scelte consapevoli e felici. Del mio lavoro amo: ascoltare, (ri)costruire, emozionarmi.




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Commenti: 2
  • #1

    Francesca (mercoledì, 01 giugno 2016 07:22)

    Vorrei tanto parlarle.... lei ha lo studio a Roma? Sto passando un momento difficile

  • #2

    Liria (mercoledì, 01 giugno 2016 12:05)

    Buongiorno Francesca.
    Sì, io ricevo a Roma (qui trova tutte le informazioni utili: http://www.psicologapsicoterapeutaroma.com/contatti/).
    Mi contatti pure se lo desidera.
    Nel frattempo, un sorriso per lei,
    Liria