Genitori (in)efficaci e bambini (in)gestibili - Storie di cambiamenti a catena

 

Buona parte dei genitori con cui lavoro sono arrivati da me con la richiesta di cambiare il proprio bambino. Perché ingestibile, con un carattere difficile, capriccioso, inappetente, insonne, timido, aggressivo, e tanto altro, a seconda dei casi.

Alcuni di loro hanno deciso di iniziare un percorso con me, nonostante avessi precisato di non poter soddisfare la loro richiesta – cambiare il figlio – o perlomeno non nel modo che loro si aspettavano!

Lavorare con i genitori per aiutarli a diventare sicuri di sé e delle proprie competenze, sereni, felicemente imperfetti, grati. In grado, grazie a questi traguardi, di gestire bambini ingestibili e capricciosi, di favorire il loro appetito e sonno, di comprendere il loro modo di relazionarsi con gli altri: questo è ciò che faccio.


Credo che i genitori siano le persone più adatte per aiutare i propri figli a crescere e migliorare, ecco perché preferisco accompagnare loro, e non direttamente i loro bambini, verso il cambiamento di ciò che non vogliono più o che li fa stare male, creando un disagio familiare oltre che personale.

Poi, succede che man mano che gli adulti si aprono alla consapevolezza e al cambiamento di sé, inizia a cambiare anche il loro bambino. Miracolo? Magia? Uhm…no, non credo proprio! Direi più che si mettono in moto due processi importanti.

 

Il primo è che il genitore si dà credito. Passa da una visione di sé che può essere sintetizzata più o meno così: incapace, impotente, sbagliato, inadeguato, confuso, a un’altra, molto più piacevole, che si racconta più o meno così: posso sbagliare, riparare, imparare! Posso farcela, ce la faccio, ce la farò! In poche parole, acquista fiducia in se stesso, impara a conoscere i suoi limiti e le sue risorse e come questi influenzano la relazione con suo figlio.

Pensiamo alla mamma di un bambino campione di capricci che scopre che non riesce a dire di no a suo figlio perché crede, in questo modo, di essere allontanata e rifiutata. Questa mamma impara che dire no al suo bambino, mettendo un limite, equivale a proteggerlo, facendogli comprendere cosa è possibile e cosa no, fin dove si può spingere, dove deve fermarsi, e a essere una presenza in grado di prendersi cura di lui. Il risultato? Un bambino legato alla sua mamma che impara a distinguere la realtà dal desiderio e che sente di poter contare su di lei.

Quando ci relazioniamo con i bambini, le parole e le comunicazioni verbali hanno senz’altro un ruolo importante; ma le emozioni e ciò che sentiamo e pensiamo ma non diciamo, vengono percepite ancora prima, e forte e chiaro. Se una mamma definisce un limite per suo figlio ma non dà credito né a sé né alla regola, tale titubanza entrerà a far parte della loro comunicazione. Per farla breve: se non ti dai credito Tu come genitore, perché dovrebbe dartelo tuo figlio?!

 

Il secondo processo che entra in gioco è che il genitore impara a dare un senso ai segnali che suo figlio manifesta attraverso i comportamenti difficili da gestire. La visione che mamma o papà hanno del proprio bambino diviene più ampia e completa. I suoi comportamenti (o capricci, o vizi, o stranezze, o…) vengono compresi alla luce del bisogno del bambino che si cela dietro questi, e non più etichettati (“mio figlio è ingestibile”). Il genitore coglie cosa può fare di diverso e come rispondere al bisogno del bambino, soddisfacendolo e ottenendo, così, una reazione diversa anche in lui.

Un’altra storia? Un bambino che diventa il fratello maggiore della nuova arrivata in famiglia: capricci, proteste, crisi isteriche apparentemente immotivate. I genitori disperati e sfiniti riprendono e puniscono il figlio molte volte al giorno, finché non prendono consapevolezza delle sue emozioni e del suo bisogno: un bambino tremendamente ingestibile si trasforma in un bimbo arrabbiato, spaesato, alla ricerca di rassicurazioni. Quando i suoi genitori lo accolgono, gli danno spiegazioni, lo rendono partecipe, lo rassicurano, lui si tranquillizza e si calma, diviene più collaborativo. E sorride.

I bambini, specie i più piccoli, non sanno dire cosa li turba, né tanto meno di cosa hanno bisogno per stare bene. Comunicano le loro richieste (più o meno lecite) come possono e in base alle loro reali possibilità: piangono, aggrediscono, urlano, si isolano, provocano, si mostrano indifferenti. Ma noi adulti possiamo andare oltre, comprendendo ciò che capita loro, raccontandoglielo, rispondendovi. Per farla breve: non è come sembra, vai oltre!

 

Ecco, assistere da dietro le quinte a queste trasformazioni: la cosa che più mi appassiona del mio lavoro. E che mi regala soddisfazione, gioia, pace. Se possibile, più di quella che sperimenta un genitore che cambia insieme a suo figlio.

 

Se sei arrivato alla fine di questo post, probabilmente sei una mamma o un papà alle prese con un figlio che dà filo da torcere! E allora, ti va di sperimentare un cambiamento a catena?

Fermati a pensare. Cosa ti sta chiedendo tuo figlio con il suo capriccio? Quale bisogno si nasconde dietro il comportamento che fai fatica a gestire, come genitore? E di cosa hai bisogno tu, per sentirti un genitore che può farcela con lui?

Poi, se ti va, passi di qua e mi racconti come è andata? Ti aspetto!

 

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Sono Liria Valenti, psicologa e psicoterapeuta.

 

Mi piace accompagnare le persone in percorsi di cambiamento,

aiutandole a sentirsi padrone della loro vita e a fare scelte consapevoli e felici. Del mio lavoro amo: ascoltare, (ri)costruire, emozionarmi.




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Commenti: 1
  • #1

    Ornella (venerdì, 15 settembre 2017 15:26)

    Salve scustemi del disturbo volevo solo un piccolo consiglio o aiuto mio figlio quando siamo soli e un angelo se invece andiamo da qualke parte e in presenza di qualkuno diventa ingestibile cosa possooo fare